Nel 1640 l’ispezione in Sardegna del severo prelato spagnolo, dalle tensioni a Cagliari all’accoglienza di San Gavino
Sergio Orrù
Tra il 23 febbraio e il 24 maggio del 1640, l’inquisitore del distretto sardo Juan de Espina Velasco compì una visita ispettiva che lo portò da Sassari, sede del Tribunale dell’Inquisizione spagnola in Sardegna, fino a Cagliari e viceversa. Dal 12 al 14 maggio, anche San Gavino Monreale fu oggetto della sua missione; l’intero resoconto è conservato presso l’Archivio Storico Nazionale di Madrid.
Nel corso del suo lungo viaggio nell’Isola, l’inquisitore, accompagnato da sette collaboratori, visitò numerosi centri abitati dove, spesso, venne accolto con tutti i riguardi dovuti a un personaggio del suo rango. Nonostante ciò, il prelato non mancò di lamentare, in qualche caso, le lacune dell’ospitalità, come quando rilevò la scarsa morbidezza dei materassi destinati ad allietare il suo riposo. In molti luoghi, si dedicò all’esame di casi di eresia e provvide a imporre le dovute pene.
A Cagliari, dove arrivò il 30 marzo, i rapporti con le autorità locali si rivelarono piuttosto difficili; in particolare, l’inquisitore lamentò di non ricevere dai cagliaritani il dovuto ossequio. Secondo consuetudine, pubblicò l’Editto di fede: una lunga elencazione di comportamenti vietati dalla religione cattolica, accompagnata dall’esortazione alla denuncia dei presunti trasgressori. Nei giorni successivi le posizioni si irrigidirono, tanto che il Velasco arrivò a scomunicare i cagliaritani che non si mostrarono, a suo giudizio, collaborativi nel denunciare gli eretici. Nella cattedrale di Cagliari, gremita di una folla atterrita, mentre le campane suonavano a morto, echeggiò un lugubre elenco di disgrazie augurate a coloro che non avevano ottemperato all’obbligo di denuncia.
Dopo qualche giorno, l’inquisitore partì dalla sgomenta città di Cagliari per proseguire verso Iglesias. Considerato quanto accaduto, è verosimile immaginare che il suo arrivo fosse, ovunque, motivo di grande apprensione: una visita da gestire con perizia e diplomazia. L’11 maggio fece tappa a Villacidro e il giorno seguente partì per San Gavino Monreale. A metà strada, in segno di ossequio, gli venne incontro il rettore della parrocchia, Leonardo Sequi, commissario locale dell’Inquisizione, accompagnato da quindici persone.
Tutti assieme raggiunsero l’abitato, dove il prelato fu ospitato, con tutti gli onori, in casa di Salvador Ledda, podestà della Baronia di Monreale. Prima di cena si intrattenne con una delegazione di francescani del convento di Santa Lucia, giunti per rendergli omaggio. Fece emettere il bando di convocazione di tutti i fedeli per la messa della mattina seguente, domenica 13 maggio 1640: erano obbligati a partecipare, sotto pena di scomunica, uomini e donne sopra i quattordici anni. Alle dieci, l’inquisitore lasciò la casa di Salvador Ledda, accompagnato da una moltitudine di persone, tra cui tutti i notabili del posto e i familiares dell’Inquisizione.
Mentre le campane rintoccavano a festa, raggiunse la chiesa parrocchiale, dove il rettore Sequi lo accolse sul portone principale, benedicendolo con acqua santa servendosi di un aspersorio d’argento. Celebrarono la messa e lessero l’Editto di fede. Seguì la predica, pedagogico- esplicativa dei contenuti dell’Editto, ascoltata con mucha satisfaction dai numerosi presenti. Completata la funzione, il prelato e i suoi collaboratori fecero ritorno a casa dell’ospite, dove li attendeva una tavola adeguatamente imbandita.
Dalla relazione non emergono lamentele per il trattamento ricevuto a San Gavino, né sono riferiti casi di eresia. Alle tre del mattino, Juan de Espina Velasco partì per Uras e, forse, è lecito immaginare che la popolazione di San Gavino Monreale, memore di quanto accaduto a Cagliari, non avrà mancato di lasciarsi andare a un grosso sospiro di sollievo.
(Per approfondire: Pinna Tomasino, Il viaggio del signor inquisitore, in «Bollettino di Studi Sardi», n. 7/2014, CUEC/CSFS, Cagliari, 2014; Orrù Sergio, San Gavino Monreale e il bosco perduto della Struvina, Grafica del Parteolla, Dolianova, 2003).
Sergio Orrù

