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Sardegna medievale: l’eclissi dei villaggi

La trasformazione della Diocesi di Terralba tra Medioevo e l’età aragonese

Secondo le analisi storiografiche, il paesaggio medievale sardo era contraddistinto da un’estrema frammentazione abitativa, con una miriade di piccoli nuclei sparsi nelle aree rurali. Questa realtà era evidente anche nella diocesi di Terralba, dove il territorio era punteggiato da numerosi villaggi e da molti centri rurali minori: domus, donnicalias, cortis, domestias, casas e masonis, tutti testimoniati dall’odierna toponomastica.

Per fare solo qualche esempio non esaustivo: Corti Muroni, Corti Stevini, Masongiu su lori, Cuccuru Casa (S. Gavino Monreale); Corti baccas, Corti Cabonis, Genna sa casa e Masoni ierru (Guspini); Donigalla, Corti ardana, Masoni Margiani (Sardara); Domu ’e campu (Pabillonis); Domu ’e sa mela, Donigala, Masoni Erdi (Arbus); S’omu ’e concia (Gonnosfanadiga). Si trattava, probabilmente, di piccoli centri abitati costituiti da poche case e popolati da famiglie dedite al lavoro nei campi e all’allevamento.

Tra il Trecento e il Quattrocento tutta l’Europa andò incontro a una profonda crisi demografica e in Sardegna il fenomeno assunse dimensioni catastrofiche interessando anche la diocesi di Terralba. La guerra di conquista aragonese, durata quasi un secolo, contribuì senz’altro a drammatizzare la crisi della popolazione, già fiaccata da frequenti pestilenze e periodiche carestie.

Sebbene le dinamiche locali non siano documentate nel dettaglio, probabilmente, l’abbandono progressivo dei numerosi centri rurali, spinse la popolazione a concentrarsi in pochi villaggi. Il paesaggio, costituito da una fitta rete di piccoli insediamenti, sparsi nel territorio e dediti ad agricoltura e allevamento, venne sostituito dall’abbandono.

Nel territorio compreso tra i monti del Linas e dell’Arcuentu e la costa occidentale furono abbandonati, tra i tanti: Babari, Genna, Grutzu, Sant’Adi, Bidda Zey, Donigala, tutti nell’attuale territorio di Arbus; Fluminimajori e Uta Passeris (Fluminimaggiore). Nella zona di pianura si spopolarono Nabui, Urradili, Petra Longa e Sitzerra (Guspini); Tzurradili (Marrubiu), Serdis (Uras), Thamis (Masullas), Cracaxia e Morimenta (Mogoro); Funtana de Urgu (San Gavino Monreale) e Aqua de Gonos (Gonnosfanadiga); Abbas, Burgum Castri e Iaccha (Sardara).

I villaggi, un tempo pulsanti di vita, si trasformarono in rovine silenziose presto soffocate dall’abbraccio inesorabile dei rovi; i terreni dissodati e coltivati, compresi i vigneti, furono riconquistati dalla macchia e dal bosco per essere riconsegnati al paesaggio dell’incolto selvatico. Laddove un tempo si udivano le incitazioni dei contadini e il lento incedere dei buoi da lavoro, calò il silenzio e in quegli stessi luoghi tornarono volpi, martore e cinghiali. La natura si riprese i suoi spazi che erano stati colonizzati dalla fatica e dal lavoro degli uomini. Rimasero solo le numerose chiese, sparse dappertutto, a mantenere accesa la memoria dei villaggi abbandonati. Col tempo, anche di esse, restarono solo i toponimi.

Nel territorio di San Gavino Monreale, a mantenere memoria del villaggio scomparso di Funtana de Urgu, è rimasto solo un antico pozzo, sa funtana de santa Maria. Un tempo rinomato per la purezza delle sue acque, oggi il pozzo giace solitario e dimenticato tra le campagne. Tuttavia, a ben vedere, la memoria storica della comunità di Funtana de Urgu sopravvive, anche, nel toponimo Funtanugu, testimonianza superstite di quello che fu il nucleo originario dell’insediamento.

Un tempo, in questo luogo solitario, hanno vissuto uomini e donne che hanno lavorato la terra, gioito per i raccolti e sofferto per le avversità. Si può immaginare che, nell’ora amara dell’abbandono, abbiano lasciato le loro case tra preghiere e pianti, portando con sé la fragile speranza di un ritorno. Di tutto ciò non è rimasta memoria: attorno a sa funtana de santa Maria, solo il sibilo del maestrale accomuna il passato al presente.

Sergio Orrù

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