Francesco: “Le donne hanno la capacità di vedere oltre, capire il mondo con occhi diversi, un cuore più creativo, paziente e tenero”
“Una volta ho ricevuto una presidente di Governo, una madre di famiglia, una professionista che aveva poi scelto di dedicarsi alla politica come missione e governando bene. Le ho domandato come aveva fatto a risolvere un conflitto che martoriava il suo Paese. Nessuno era riuscito a risolverlo e lei lo aveva affrontato a viso aperto. La risposta fu questa, fu la risposta che solo una donna avrebbe potuto dare. Mi guardò, fece una pausa e dopo un breve silenzio mi disse: “Come facciamo noi mamme!” Come aveva fatto non lo so, ma fu sufficiente quell’immagine: “Come facciamo noi mamme!” Perché le donne hanno un’altra metodologia, hanno il senso e il ritmo del tempo che scorre e che cambia; la sensibilità dell’attesa, della pazienza, che è diverso dall’uomo. Questo non significa che gli uomini siano da meno, ma sono diversi e devono complementarsi a vicenda”.
Così Papa Francesco nel 2023, in un’intervista concessa a una televisione sudamericana. La sua idea sul ruolo della donna non solo nella società ma anche nella chiesa, era già chiaro. Aveva innescato un processo irreversibile. «Aiutiamoci», aveva detto, «senza forzature e senza strappi, ma con accurato discernimento a individuare vie adeguate perché la grandezza e il ruolo delle donne siano maggiormente valorizzati nel Popolo di Dio».
Francesco sottolineava che viviamo un tempo lacerato dall’odio, in cui l’umanità ha bisogno di sentirsi amata. Invece è spesso sfigurata dalla violenza, dalla guerra e da ideologie che soffocano i sentimenti più belli del cuore. E proprio in questo contesto, il contributo femminile è più che mai indispensabile: la donna, infatti, sa unire con la tenerezza.
Citando santa Teresa di Gesù Bambino, il Pontefice aveva aggiunto «La donna, con la sua capacità unica di compassione, con la sua intuitività e con la sua connaturale propensione a “prendersi cura”, sa in modo eminente essere, per la società, “intelligenza e cuore che ama e che unisce”, mettendo amore dove non c’è amore, umanità dove l’essere umano fatica a ritrovare sé stesso». Ma per fare questo occorre fare in modo che la donna non sia discriminata. A nessun livello, a partire dalla formazione.
Nel mondo, dove le donne soffrono ancora tante violenze, disparità, ingiustizie e maltrattamenti c’è una forma grave di discriminazione, che è proprio legata alla formazione della donna. Una società migliore passa attraverso l’istruzione delle bambine, delle ragazze e delle giovani. La donna ha dentro di sé il coraggio per affrontare le difficoltà, la capacità di concretezza, una naturale disposizione ad essere propositive per ciò che è più bello e più umano, e una visione lungimirante del mondo e della storia.
Dunque è scontata l’importanza della presenza delle donne nella nostra vita. «Senza», diceva Francesco appena un mese fa, per la festa della donna, «il mondo sarebbe sterile: portano la vita e ci trasmettono la capacità di vedere oltre, capire il mondo con occhi diversi, un cuore più creativo, paziente e tenero.»
Ma allora, anche nella Chiesa è importante chiedersi: quale presenza ha la donna? Se lo chiedeva anche Francesco quando diceva: «Soffro quando vedo che nella Chiesa il ruolo di servizio della donna scivola verso un ruolo di “servitore”. Non so se si dice così in italiano. Quale presenza ha la donna nella Chiesa? È una realtà che mi sta molto a cuore».
Sì, il Papa aveva nominato alcune religiose, laiche in ruoli incisivi, anche in alcuni Dicasteri chiave del Vaticano. Ma, secondo i detrattori, quei ruoli sono sempre sottoposti alla supervisione di cardinali e vescovi e comunque la presenza femminile è sempre minoritaria. Mancano alcune risposte al diaconato per le donne, a una loro presenza davvero più incisiva. Ma il processo va avanti e soprattutto non può tornare indietro.
Un’immagine mi ha colpito, guardando il corpo senza vita di Papa Francesco, all’interno di quella semplice cassa di legno, con indosso un semplice vestito privo di ornamenti sfarzosi; e quel sorriso, quel sorriso che andava a incontrare le tante persone andate lì per dargli l’ultimo saluto, per dirgli l’ultimo grazie.
Ecco, fra i mille volti e i mille sguardi, mi sono soffermato su quello di una piccola suora che mentre la folla passava davanti al feretro senza fermarsi, lei era lì, bloccata dal dolore, rapita dalla bontà e dalla sofferenza di quel copro ormai privo di vita terrena. Lei era lì in piedi, immobile, in lacrime. Era suor Geneviève Jeanningros, piccola sorella di Gesù, amica personale di Papa Francesco. Ha sostato a lungo in una preghiera silenziosa, mentre le lacrime le scendevano copiosamente sul viso.
Suor Geneviève, che Bergoglio chiamava “l’enfant terrible”, svolge da più di 50 anni un’azione pastorale in mezzo alle comunità Lgbtq+ e ai giostrai del Luna Park di Ostia Lido, con i quali condivide la vita abitando in una roulotte. Geneviève era di casa a Santa Marta dove spesso accompagnava i senza tetto, i barboni, i poveri più poveri: quel popolo che Papa Francesco ha sempre amato. Suor Geneviève, una donna con un modo di pensare e di agire totalmente differente da noi, superiore a noi. Bergoglio la apprezzava, ed era contento che a fare questo fosse una donna. Anche per questo aveva un senso di rispetto per la donna.
Un giorno, salutandoci al termine di un incontro per la stesura del libro sulle povertà, mi disse: «Lo vediamo in Vaticano: dove abbiamo messo donne, subito la cosa cambia, va avanti. Tante volte quando ero arcivescovo di Buenos Aires, io lo vedevo quando passavo con il bus davanti al carcere: tante mamme che facevano la fila per visitare i loro figli. Ecco, la mamma che mai lascia soli i figli, mai!»
Gianni Garrucciu


