Spopolamento, carestie e terrore costiero: il XVI secolo tra paura e indigenza
L’8 dicembre del 1503, lo spopolamento e il progressivo impoverimento delle rendite vescovili inducevano il Pontefice ad accorpare la diocesi di Terralba a quella di Usellus. Nasceva così la diocesi di Ales; il primo vescovo fu monsignor Giovanni Sanna, già parroco di San Gavino Monreale. La nuova diocesi abbracciava quattro regioni storiche dell’Arborea, infeudate a Violante Carròs contessa di Quirra: Monreale, Parti Montis, Parti Usellus e Marmilla. Dall’ampliamento dei privilegi feudali, concessi nel 1504 alla contessa Violante, si evince che Terralba era spopolata e Ales semi spopolata.
Nel corso del XVI secolo, la fascia costiera fu flagellata da costanti incursioni dei pirati che seminarono terrore e distruzione nell’entroterra. Partendo da approdi strategici come Nabuli, nella parte meridionale del Golfo di Oristano in territorio di Guspini, i pirati penetravano nella pianura per saccheggiare Terralba, Uras o Pabillonis. Altrettanto accadeva da Flumentorgiu e Portixeddu che erano gli approdi preferiti per le incursioni verso Arbus, Serru e Gonnosfanadiga.
Questa pressione costante determinò, a partire dal secondo decennio del Cinquecento, un totale spopolamento della piana a sud di Oristano fino a San Gavino: un’area profonda 25 chilometri che rimase deserta, con l’eccezione di Pabillonis, in condizioni di precarietà, sotto la minaccia incombente dei corsari. A questo scenario di insicurezza si aggiunsero le gravissime carestie del 1540 e 1551, che ridussero la diocesi di Ales alla miseria estrema.
È in questo quadro di disperazione che si colloca la tragedia del gennaio 1541 a San Gavino, dove una mendicante, spinta dai morsi della fame e del gelo, giunse all’estremo e atroce atto di cibarsi delle carni del proprio figlio.
La gravità della situazione è testimoniata anche da una missiva del 1551 in cui il vescovo Andrea Sanna esprimeva profonda angoscia per l’indigenza dei suoi fedeli, condizione esasperata dal timore costante per i navigli turchi che incrociavano minacciosi nei mari circostanti.
In molti casi, la naturale impervietà della costa occidentale costituiva l’unica vera difesa per le popolazioni locali contro le incursioni dei pirati. Il sistema di vigilanza, infatti, era del tutto insufficiente, poiché affidato a pochi vassalli privi di armamenti adeguati e scarsamente motivati.
Un episodio emblematico risale al 1562 e coinvolge due balestrieri di San Gavino, Antiogo Sitzia e Gontino Cadeddu. Durante un pattugliamento sulla costa, i due riuscirono a catturare presso la marina di Flumentorgiu un pirata rimasto isolato. L’uomo fu consegnato alla Regia Corte di Cagliari, probabilmente per essere destinato al mercato degli schiavi. Nonostante il successo dell’operazione, il Sitzia e il Cadeddu dovettero attendere a lungo prima di ricevere il premio previsto, vedendosi infine costretti a sollecitare ufficialmente il pagamento del compenso loro spettante.
A tale clima di emergenza si deve probabilmente l’iniziativa di don Luis Centelles, conte di Quirra, che nel settembre 1584 prelevò armi e munizioni dall’arsenale regio per distribuirle ai vassalli della baronia di Monreale, nel tentativo di organizzarne la difesa. Tuttavia, alla morte del nobile nel 1586, emerse il mancato pagamento delle forniture, scatenando un’offensiva burocratica da parte del Regio Patrimonio. Nel 1589, il procuratore reale Nofre Fabre ordinò il recupero forzoso dei crediti direttamente dai vassalli, minacciando il sequestro e la vendita all’asta dei loro beni. Emerge così un singolare paradosso storico: se dal mare incombeva il “demone turco”, da Cagliari spirava una minaccia altrettanto insidiosa, alimentata da un’amministrazione disorganizzata e da una burocrazia incapace di lungimiranza.
(Per approfondire: Orrù S., San Gavino Monreale e il bosco perduto della Struvina)
Sergio Orrù

