Papa Francesco: “Si va di fretta, senza preoccuparsi che le distanze aumentano, che la bramosia di pochi accresce la povertà di molti”.
“Sa cos’è successo? Che noi ci siamo illusi di vivere sani in un mondo malato. E non ci siamo resi conto che non ascoltavamo più il grido dei poveri; che eravamo diventati ormai indifferenti alla sofferenza del nostro pianeta che ci chiedeva aiuto perché è gravemente malato. Noi invece abbiamo continuato ad andare avanti a tutta velocità, perché ci sentivamo forti e capaci in tutto. C’è chi è avido di guadagno, chi va sempre di fretta e non si ferma neanche davanti ai richiami degli uomini che fuggono davanti alle guerre; delle donne che piangono perché non hanno il latte per allattare i propri figli; dei bambini affamati i cui occhi grandi e persi nel vuoto chiedono un po’ di attenzione. Non ci siamo indignati di fronte alle guerre e alle ingiustizie. Non siamo capaci più di commuoverci.»
Mi guardava fisso negli occhi Papa Francesco, quando nella Biblioteca del Palazzo Apostolico lo intervistavo sui temi del suo Pontificato. Era il primo degli incontri che ci avrebbero portati alla stesura dei libri “Fame” e “I poveri non esistono”, editi dalla San Paolo. Due libri che erano già intrisi di tante testimonianze raccolte sul campo dei più importanti attori delle Istituzioni più alte del pianeta: l’Onu, il Wfp (il Programma alimentare mondiale), l’Unicef, la Fao, l’Organizzazione mondiale della sanità… Ma era quello di Papa Francesco il pensiero che racchiudeva in sé il profondo messaggio dei due lavori editoriali.
Più che un’intervista fu un racconto affascinante, minuzioso, un grido accorato di Colui che – come diceva Stalin – non ha eserciti, non ha armi, ma è armato soltanto dalla forza della parola. Per prepararmi all’incontro, la prima volta aveva voluto farmi fare il cammino più prestigioso, quello riservato ai capi di Stato e ai governanti. Accompagnato da due gentiluomini pontifici avevo attraversato il secondo piano del Palazzo Apostolico, le cosiddette Logge di Raffaello, dipinte dal maestro e dai suoi discepoli. Avevo attraversato la sala Clementina, la Sala del Trono e del Tronetto, e la fuga dei corridoi, lì dove erano ancora vivi e palpabili i duemila anni di storia trascorsi. E poi era apparso lui nella semplicità ma anche nella solennità del suo abito bianco.
«Viviamo in un mondo», mi diceva il Papa, «dove c’è la smania di conquistare tutto e subito, quindi chi rimane indietro dà fastidio. Ed è considerato uno scarto. È scarto l’anziano, è scarto il disoccupato, è scarto il disabile, è scarto chi non ha successo, chi non appare. Il povero dà fastidio. E l’indifferenza aumenta la disparità. Si va di fretta, senza preoccuparsi che le distanze aumentano, che la bramosia di pochi accresce la povertà di molti. Ma il cristiano non va alla ricerca del tutto e subito, non ha il culto dell’io, ma piuttosto del tu, del noi. Allora, anziché provare fastidio quando li sentiamo bussare alle nostre porte, possiamo accogliere il loro grido di aiuto come una chiamata a uscire dal nostro io. E ci farà bene: perché accostare chi è più povero di noi toccherà la nostra vita. L’omissione è anche un altro grande peccato nei confronti dei poveri. È l’indifferenza. È dire: “Non mi riguarda, non è affar mio, è colpa della società”. È girarsi dall’altra parte quando il fratello è nel bisogno; è sdegnarsi di fronte al male senza far nulla. Ma ciò che ci viene chiesto e che ci verrà chiesto è se avremo fatto del bene, se non siamo stati immobili; se abbiamo rischiato per amore, se abbiamo messo in gioco la nostra vita per gli altri, non accettando di lasciare tutto com’è».
Francesco è diretto e schietto, non ha paura di usare anche toni duri. E non risparmia nessuno, soprattutto i potenti, quelli che governano il pianeta, siano essi politici o finanzieri. Per il Papa spesso manca la volontà politica, quella volontà che deve portare i governi a mettere fine alla fame e alla povertà. Perché questo è possibile: ma occorre una convinzione morale comune a tutti i popoli e a tutte le confessioni religiose. Porre al centro non il denaro ma il bene totale della persona. Quel bene che consiste nel fare all’altro quello che vorremmo fosse fatto a noi.
«Lei ha visto», mi diceva, «quante sono le vittime della fame, delle guerre, dei disastri climatici, delle povertà. Quanta gente manca del lavoro e dei valori essenziali per vivere. Senza cibo, senza lavoro, senza dignità, con i segni della povertà, anche l’anima cambia. Perché neppure l’anima può abitare un corpo devastato. La povertà toglie il respiro anche all’anima: l’annienta, la umilia. E questa violenza ne produce altre. Le risorse, soprattutto quelle alimentari che portano poi alla povertà, sono spesso in mano alla speculazione che le misura solo in funzione del profitto economico dei grandi produttori e non alle esigenze concrete degli esseri umani. In questo modo nascono i conflitti.
Ricordo una delle sue immagini più potenti che aveva creato imbarazzo soprattutto nella nomenclatura vaticana: “Come vorrei una Chiesa povera e per i poveri!”
E sono stati proprio i poveri, quelli che lui nel suo pontificato ha sempre tenuto nel suo cuore e nella sua azione di carità, ad accoglierlo al suo arrivo nella Basilica di Santa Maria Maggiore, dove Francesco è sepolto nella tomba che lui stesso ha scelto. I poveri hanno un posto privilegiato nel cuore di Dio e lo hanno avuto anche nel cuore e nel magistero di papa Francesco. Un gesto significativo, che ha voluto indicare questo filo rosso, questo amore universale eterno e profondo del pontificato di Francesco.
Gianni Garrucciu




