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Comunicare bene il bene

San Gavino M.le – Al Centro Pastorale l’incontro diocesano su deontologia, giornalismo e sfide dell’intelligenza artificiale

Viviamo in un tempo in cui l’informazione ci raggiunge con la forza di un flusso ininterrotto, spesso urlato, frammentato e accelerato dai ritmi della narrazione digitale. È una valanga quotidiana che rischia di anestetizzare le coscienze, abituandoci all’orrore, al sensazionalismo e alla spettacolarizzazione del dolore. In questo scenario complesso, in cui la tecnologia e l’intelligenza artificiale ridisegnano i confini della produzione di contenuti, la riflessione sul “come” raccontiamo il mondo diventa un imperativo etico ineludibile, per i comunicatori, i giornalisti, gli insegnanti e specialmente per chi opera nell’informazione di ispirazione cristiana e per i lettori di un giornale diocesano.

Questo il tema approfondito nel convegno diocesano dal titolo “Comunicare bene il bene. Custodire voci e volti umani”, un’iniziativa promossa lo scorso 11 settembre nel Centro Pastorale diocesano di San Gavino Monreale, dalla Fondazione Santa Mariaquas insieme a Il Nuovo Cammino, l’Ufficio diocesano per le Comunicazioni Sociali, l’Ufficio Informatico diocesano, la Caritas diocesana di Ales-Terralba, l’Ufficio diocesano Pastorale Sociale e del Lavoro, l’Istituto di Scienze Religiose Mons. “G.M.Pilo”, l’Ucsi Sardegna, Asso Stampa Sarda e la Fisc Sardegna. Una serata che è diventata formativa per giornalisti (con 5 crediti deontologici) e per gli insegnanti di religione (come aggiornamento).

Il nostro vescovo monsignor Roberto Carboni, nella sua introduzione ha offerto una chiave di lettura illuminante sui pilastri fondamentali della comunicazione di qualità: la responsabilità e la dimensione umana nel racconto dei fatti. Partendo da una riflessione condivisa con i partecipanti, il vescovo ha evidenziato come l’informazione non sia mai un semplice specchio neutro della realtà. «In un’epoca segnata dall’immediatezza della narrazione digitale e da linguaggi spesso urlati, emerge con forza l’esigenza di ritrovare la responsabilità e la dimensione umana nel racconto dei fatti», ha ricordato monsignor Carboni.

La serata è stata ricca di contributi offerti da giornalisti esperti del settore, come Simona Scioni, Tesoriera Ucsi Sardegna e Vice presidente Odg Sardegna, Roberto Comparetti, Delegato regionale Fisc, Simonetta Selloni, Presidente Assostampa Sarda, Paolo Mastino, giornalista Rai, Marco Ferrando, vicedirettore del quotidiano Avvenire, Maurizio Di Schino, Presidente Ucsi Lazio. Molto interessante lo sguardo delle due giovani content creators della Shine Crew promossa dalla Cei, Chiara Argiolas e Marianna Laudì, la cui presenza testimonia l’attenzione alle nuove forme di comunicazione.

Un convegno ricco di punti di vista diversi, con la conduzione della giornalista Stefania Pusceddu, che ha permesso di ribadire che un’informazione corretta ed etica resta un presidio insostituibile a tutela della dignità della persona. Una riflessione profonda per difendere il valore del racconto umano, il pensiero critico e il giornalismo. In un’epoca in cui gli algoritmi simulano empatia e la tecnologia rischia di ridurre la persona a una “compilazione statistica artificiale”, l’informazione si trova di fronte a una sfida che non è solo tecnologica, ma profondamente antropologica.

Si è parlato di Etica e deontologia professionale, di Giornalismo sul campo e storie dal basso e di quanto sia importante “Comunicare bene il bene”: Riportare al centro la persona umana significa accettare la complessità della vita, riconoscere che il “grigio” esiste accanto al bianco e al nero, e contestualizzare le vicende umane con rispetto e dignità, dando voce a chi di solito non ha voce. Questo impegno si inserisce in un filo conduttore profondo e necessario: il desiderio di esserci.

Il vero giornalismo è, prima di tutto, un esercizio di relazione. Non nasce dagli algoritmi o dalla fredda elaborazione di dati, ma dall’incontro autentico tra persone fatto di voci, sguardi, ascolto e discernimento. È la scelta coraggiosa di andare alla scoperta di buone notizie da raccontare, osservare e custodire, mantenendo alta l’attenzione verso gli ultimi, i dimenticati e chi vive ai margini della società. Oggi, l’avvento dei media moderni e l’ingresso pervasivo dell’intelligenza digitale rischiano di accentuare il distacco emotivo dai fatti. Di fronte a questo scenario, il ruolo del giornalista diventa ancora più essenziale.

Le macchine calcolano, elaborano e assemblano testi a una velocità impressionante, ma nessuna intelligenza artificiale potrà mai sostituire la pazienza del cuore. È solo attraverso l’umanità, la compassione e il rigore etico di chi scrive che l’informazione può tornare a essere uno strumento di comunione, di crescita e di speranza per l’intera comunità diocesana.

Caterina Saba

L’approfondimento completo con gli interventi del convegno ti aspetta nello speciale di 4 pagine del numero 16-2026 appena uscito: ritira la tua copia in parrocchia oppure cercaci in edicola!

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