8xmille. Intervista al direttore della Caritas diocesana don Marco Statzu, che presenta alcune attività proposte per restituire dignità e speranza alle persone
Quali persone si rivolgono maggiormente ai vostri centri: famiglie sfrattate, lavoratori poveri, anziani, giovani?
Persone che con il loro lavoro o le entrate ordinarie non riescono a far fronte a tutte le spese che devono affrontare per vivere: oggi anche chi lavora non riesce a far vivere la propria famiglia. Da qui si trascinano altri problemi legati alla salute, alla casa, alla mancanza di opportunità per i giovani, alla dispersione scolastica elevatissima.
Quali interventi avete pensato per constatare la dispersione scolastica?
Da quest’anno siamo dentro il Progetto PEPE Meridiano. Attraverso il Doposcuola, alcune attività estive, il supporto ai bambini con difficoltà, le attività di PCTO con le Scuole Superiori possiamo dare una mano a fare in modo che sempre più minori conseguano un titolo di studio. È una goccia, ma senza quella goccia il nostro piccolo mondo sarebbe più povero.
Quanto conta costruire reti con istituzioni, scuole, parrocchie e associazioni?
È molto importante: se l’obiettivo sono le persone in stato di fragilità, non possiamo pretendere di lavorare come se fossimo gli unici che portano avanti iniziative nel territorio. Proprio quest’anno abbiamo firmato una convenzione con il Centro Anti Violenza “Feminas” per l’accoglienza di donne vittime di violenza e con l’UEPE di Cagliari per poter accogliere persone che devono scontare pene alternative alla detenzione. E poi con grande soddisfazione abbiamo sottoscritto un “Patto Educativo” insieme con i Comuni di San Gavino e di Sardara, l’Istituto Comprensivo “E. d’Arborea” di Sardara, San Gavino e Collinas, l’Istituto di Studi Superiori “Marconi-Lussu” di San Gavino, la Provincia del Medio Campidano, la Scuola Paritaria “Cenacolo” e l’Istituto di Scienze Religiose “Mons. G.M. Pilo”, che ratifica una collaborazione già lunga e articolata e mette le basi anche per il futuro.
L’emergenza abitativa è diventata una nuova forma di povertà strutturale?
L’abitazione dignitosa è fondamentale per la costituzione di una famiglia serena, di uno spazio di intimità e di sicurezza dove i minori possano crescere bene e i genitori possano trovare stabilità. Nel nostro territorio non si contano le case messe all’asta per l’incapacità di tante famiglie di pagare il mutuo, quando a un certo punto le entrate si assottigliano e il lavoro diminuisce. Siamo tutti consapevoli di quanto il problema abitativo condizioni negativamente la vita di molte famiglie, in un territorio che va spopolandosi ogni giorno di più e che ci chiede di avere visione per il futuro, in sinergia tra tutte le Istituzioni e con tutti coloro che operano in favore della società civile, condividendo idee, percorsi e prospettive. Per questo la Caritas diocesana di Ales- Terralba insieme con la Fondazione Santa Mariaquas, ha realizzato un’indagine molto dettagliata, con attenzione a molteplici fattori, sulla Edilizia Residenziale Pubblica in ogni Comune della diocesi, inserita nel più ampio progetto “Una strada per casa”, finanziato dalla Caritas Italiana con i fondi dell’8xmille alla Chiesa Cattolica. L’augurio è che da questa indagine nascano nuove strategie e sinergie per affrontare la questione abitativa e dare risposte concrete, incentrate sul bene comune e sulla dignità della persona.
Povertà femminile e solitudine economica: quali difficoltà incontrano maggiormente le donne che cercano lavoro?
Le donne che cercano lavoro devono garantire gli stessi standard di “rendimento” degli uomini, ma partono con uno svantaggio pratico di base: ancora oggi il carico famigliare è quasi totalmente sulle loro spalle. Come può una donna lavorare serenamente, accettare flessibilità di orario, fare due lavori, se deve contemporaneamente badare ai figli piccoli e alla casa? Nel nostro territorio sono ancora troppo carenti misure di welfare che consentano alle donne di scegliere il lavoro che vogliono in base alle loro competenze e ai loro desideri, e non già solo a partire dalla necessità e dalla fattibilità di conciliarlo con la vita famigliare.
Come cercate di aiutarle?
Abbiamo promosso alcuni progetti di sostegno alla imprenditorialità femminile, abbiamo offerto quindici borse di studio per un corso di OSS ad altrettante donne che hanno brillantemente concluso il percorso e sono praticamente tutte impiegate. Sosteniamo percorsi per bambini con DSA o altre problematiche psicologiche, che permettono di alleviare il carico sulle spalle delle loro mamme (e anche dei papà).
Come si dà voce a chi normalmente non viene ascoltato?
La prima modalità è quella di ascoltare le persone. Nei nostri Centri d’Ascolto, se una persona chiede un appuntamento per parlarci di qualunque cosa, anzitutto la ascoltiamo e cerchiamo di capire di cosa ha bisogno veramente. Chiaramente si tratta di persone che hanno fatto già un passo. Occorre poi restare sui livelli istituzionali, con i Comuni, i PLUS, i Servizi sociali e tutti coloro che attuano politiche di inclusione, per presentare situazioni e indirizzare le persone alla valorizzazione dei propri diritti.
Cosa l’ha colpita di più in questi sette anni di esperienze da direttore?
L’abnegazione con cui gli operatori si impegnano nei confronti delle persone fragili. Il sorriso di persone che hanno ritrovato una certa serenità dopo un nostro intervento. La ricerca di fede di alcune persone che si sono avvicinate per un aiuto e hanno riscoperto la loro interiorità.
Cosa le dà speranza?
Il Signore ha promesso due cose: “I poveri li avete sempre con voi” e “Io sono con voi fino alla fine dei tempi”. La combinazione di queste due affermazioni evangeliche ci dice che il Signore si manifesta continuamente, c’è, non ci ha abbandonato, non solo nell’Eucaristia che celebriamo, ma anche nella forma di chi ha bisogno. La speranza nasce quando riesci a percepire che l’Eucaristia senza l’amore per il prossimo è carente, e che l’amore per il prossimo è fondato su quel dono unico che è la vita del Figlio di Dio offerta per tutti.
Stefania Pusceddu


